Station Wagon: un viaggio in Romania [seconda parte] 

Viaggio in uno dei Paesi prossimamente membri dell'Unione Europea
Area: Romania - Argomenti: auto, destinazioni, Europa


Parco naturale Bucegi 12. 8. 99

Ci ha svegliato un'alba umida, timidi raggi di sole iniziavano ad attraversare le foglie creando chiazze di luce sul prato fumante di nebbia e devastato dal temporale; eravamo zuppi della solida umidità della notte e ancora frastornati dai tuoni e dalle ore di tragedia. Sono andato verso i resti del falò per cercare tra le provviste una colazione, ed ho trovato la busta del pane vuota e con uno squarcio, il sacchetto della spazzatura era sparito. A quanto sembra, la bestia che mi respirava accanto ieri sera ha preferito i nostri avanzi a V., che come pasto non deve essere il massimo.

V. ha visto un documentario sulla fauna della Transilvania in cui si assicurava che il temibile "Muflone dei Carpazi" è goloso di spazzatura ma non di turisti, e specialmente di quelli italiani.

Ci siamo scrollati di dosso un paio di chili di allegri e saltellanti ragni per poi asciugarci al sole, dopo siamo partiti verso la strada statale per fare l'autostop. Lì però un passaggio non te lo davano neanche ad ammazzarli, passavano in velocità impolverandoci con le loro brutte "Dacia 1410" tirate a lustro per la gita domenicale. Delusi, ci siamo fermati a mangiare i rimasugli delle nostre "razioni K" sul ciglio della strada. Dopo aver percorso parecchi chilometri ci siamo precipitati sfiniti in un autobus alla fermata, senza nemmeno sapere dove andasse. Attraversando boschi e pinete sconfinate ci ha scaricati in un paese lercio dove i camion ci appestavano con i loro fumi mentre alzavamo il dito.

Si è fermato un trattore col rimorchio, e uno dei due fieri bifolchi alla guida gentilmente ci ha invitato a salire, il fondo del cassone era cosparso di liquidi organici tra cui prevaleva il sangue, misto a fieno e nafta. Su un lato erano incatenati parecchi bidoni metallici vuoti e in un angolo giaceva un sacco di plastica chiuso. Abbiamo indagato sul contenuto che si intravedeva dalle trasparenze della busta, ed abbiamo riconosciuto la forma di un capretto scuoiato o di un bambino; questa misteriosa quanto scomoda compagnia ha tenuto alto il nostro umore per venti chilometri, che abbiamo percorso saltando di mezzo metro insieme a tutto ciò che era nel rimorchio quando questo finiva in una delle molte buche che il guidatore centrava spesso e volentieri.

Eravamo ormai storditi dal fracasso e cosparsi di melma e paglia quando abbiamo cominciato a vedere i turisti che ci filmavano con le telecamere dalle auto in sorpasso.


Bucarest 14. 8. 99

Abbiamo recuperato la macchina che ci aspettava in un piazzale, solitaria e infangata. Siamo partiti di buon ora, tossicchiando e strattonando saremmo arrivati a Bucarest a metà giornata dove avremmo fatto riparare la "405" una volta per tutte.

Abbiamo trovato la città afosa e inondata dal sole, così abbiamo vagato in un parco tra gli anziani a passeggio, e poi negli ampi viali in stile impero circondati dai palazzi ad uso auto celebrativo di dittatoriale memoria. La magnificenza e la grandiosità di queste opere è in netto contrasto con la povertà delle campagne, le superbe facciate che ci facevano sentire due nullità avrebbero ottenuto un effetto ancor maggiore sui semplici animi dei rumeni.


Di fronte questa concretizzazione del potere e della burocrazia mi è venuto in mente "Il processo" di Kafka ed ho pensato che V. con l'aria rassegnata che ha guadagnato da quando mi segue in questo viaggio, potrebbe essere l'interprete ideale per un film.

Ci siamo scattati una foto ricordo di fronte l' "Hotel Intercontinental" sulla piazza Universitatii, dove alla fine del 1989 iniziò la rivolta contro Ceausescu; la lapide posta in ricordo mi fa pensare al detto: "non c'è niente di più incazzato di un buono che si incazza" , e in quei giorni i "buoni" erano parecchi

Poi io e V. siamo andati in un locale a fare quattro salti. Il posto era il più "underground" che si possa immaginare; una specie di catacomba senza prese d'aria dove infuriava la mischia fomentata da musica punk sovietica e disco trash occidentale. Dopo le competizioni dei college per vedere quanti studenti entrano in una cabina del telefono ecco la nuova gara: quanti punk entrano in un box auto. Dall'angusta scaletta a chiocciola continuavano a scendere signori con la cresta colorata e dame dalle calze nere strappate; mi chiedevo se saremmo presto tutti morti soffocati, ma V. mi ha rassicurato dicendo che un documentario ha affermato che in queste situazioni l'uomo sviluppa delle branchie in pochi minuti.

Aveva ragione! Infatti poco dopo eravamo ancora vivi e siamo riusciti a scavalcare il grumo umano di fronte al bar e a conquistare due birre tiepide. Durante la scalata sentivamo sotto i piedi i corpi agonizzanti di altri avventori del locale che non avevano retto la vodka a 600 lire al bicchierino. Poco dopo ho perso V., l'ho visto deglutito dalla folla e poi riemergere tra i flutti sbronzo e beato; io, non so bene come, mi sono ritrovato tra le braccia (o forse ero io tra le sue) una ragazza mora che tentava di dirmi che si chiamava Veronica mentre la baciavo. Avevo quasi finito di leccarla tutta quando V. si è presentato con l'ennesimo bicchierino, io ero già completamente ubriaco ed ho approfittato di quel momento per chiedere a Veronica se voleva fuggire con me e farsi leccare per tutta la vita.

Lei però aveva altri progetti, e poi c'era il suo fidanzato che rantolava ai nostri piedi e lo stavamo calpestando già da un po'. Lei con il visetto innocente e l'aria da maestra, tenendomi lontano con un dito puntato sulla fronte mi ha dato un appuntamento per la mattina dopo, avremmo riparlato dei miei progetti a mente lucida.


Bucarest 15. 8. 99

Verso le 11 V. mi ha svegliato a calci e mi ha buttato per terra per andare all' appuntamento con Veronica; io ero in coma etilico, ho vomitato un paio di volte per poi uscire sotto lo sguardo schifato della portiera dell'albergo che già mi stava antipatica da prima. Ho percorso a piedi i 300 metri per arrivare, mi sono sembrati una distanza infinita e pensavo di svenire ad ogni passo. Ero seduto sui gradini di marmo vicino un gruppo di bambini che tiravano la colla da una busta di plastica. Abbagliato dalla luce e con il sole che mi stava cuocendo vivo, mi sentivo lo schifo più schifoso e Veronica non avrebbe mai permesso ad un simile essere di strisciargli addosso; le uniche cose che volevo erano un cesso e un letto, alternativamente. Così svomitacchiando sono tornato in albergo perdendo la mia occasione forever. In pomeriggio abbiamo telefonato a Simona (una barista arpionata la sera prima), le ho dato un appuntamento dove sarebbe venuta con una sua amica; purtroppo il protrarsi della mia confusione mentale ha creato un malinteso, così le ho dato appuntamento in un luogo inesistente dove io e V. siamo rimasti soli.

Per rifarci, la sera abbiamo preso un taxi per andare in qualche locale, e ci siamo fatti consigliare dal tassista. "Volete ballare o volete rimorchiare ?" ci ha chiesto lui in un buon italiano, "La seconda !" è stata la nostra risposta data all'unisono.

Durante il tragitto il tassista George ci ha raccontato della sua vita, con un paio di lauree in tasca era partito per il "bel paese" in cerca di fortuna, ma si sarebbe accontentato anche di una vita decente. Dopo alcuni mesi di lavoro in nero ha dovuto decidere se continuare a fare il clandestino in Italia, giacché di essere messo in regola non se ne parlava, oppure tornare in Romania dove oltre ad un tozzo di pane ritrovava anche la sua dignità. "Non siamo mica bestie!" ha aggiunto. Vedevamo solo allora quanto fossero diversi da lui i Rumeni che eravamo abituati a vedere in Italia, comprati e venduti per le strade nei mercati della prostituzione e dell'edilizia, costretti ad accettare di fare una vita del tutto priva di dignità (e a volte di identità), cosa che l'orgoglioso popolo rumeno non sembra sempre accettare.

Arrivati davanti alla discoteca ci siamo sentiti come se fossimo stati due Italiani in vacanza in Romania, e come se un tassista respinto dal nostro paese ci avesse accompagnato sul luogo dove avremmo cacciato le sue donne (tra cui magari una sua sorella, chissà ?).

Lo abbiamo salutato imbarazzati e siamo entrati nel cubo di cemento insieme ad alcuni adolescenti dallo sguardo incazzato. Il locale era mezzo vuoto, un bullo palestrato si dimenava al centro della pista facendosi filmare con la telecamera da un amico; io e V., abbastanza depressi abbiamo bevuto una cosa e siamo tornati in albergo parlando poco.

Costanza 16. 8. 99

La mattina abbiamo lasciato la stanza, e mentre distraevo la receptionist antipatica V. staccava da un muro dietro di me una mappa geografica della Romania con la zona d'ombra creata dall'eclissi, una vera chicca per la sua collezione di cartine. Sembra che la "405" sia guarita dal suo male oscuro, così siamo partiti per Costanza di buon'ora. La strada è disseminata di carretti quasi fermi che appaiono all' improvviso da dietro le curve, sempre accompagnati da bambini che attraversano senza preavviso, galline ed altri quadrupedi tra cui molti cani, buona parte dei quali giace senza vita sul ciglio della strada.

Nonostante tutto siamo arrivati a Costanza, cittadina dal sapore mediterraneo affacciata però sul Mar Nero. Depositata macchina e bagagli siamo andati subito verso il porto, sprofondato nella calura del primo pomeriggio. Lungo la via un tizio voleva offrirci due brutte donne per pochi danari, noi abbiamo rifiutato e siamo andati sul molo saltellando sui macigni. Lì V. ha iniziato a pescare, io ho fatto una passeggiata sulla spiaggia in stile "riviera romagnola" , ma a parte questo Costanza non offre molto.


Tulcea 17. 8. 99

Stamattina prima di partire per il delta del Danubio abbiamo deciso di fare un bagno nel Mar Nero, così mentre eravamo impegnati nel traffico di Costanza ho visto una ragazza a bordo di un fuoristrada che ci sorrideva e ci lanciava baci, poi si è accostata facendoci segno di affiancarci: era una mora di bell'aspetto e dalle generose tette, ci ha detto che aveva molta fretta ma che ci saremmo potuti rivedere la sera. Le ho chiesto se fosse una professionista, ma lei si è offesa dicendo che era fatta così, le stavamo simpatici e ci voleva rivedere. Ho chiesto scusa e ho preso il biglietto da visita che dall'alto del "Range Rover" mi ha messo davanti al naso. Magdalena, si chiamava. Quando mi sono girato V. era stizzito per la mia cafoneria, ma poiché lei aveva poco tempo non sono andato troppo per il sottile, anche per evitare sorprese la sera. V. mi ha assicurato che in un documentario sulle rumene si diceva che questi comportamenti siano comuni in certi periodi dell'anno.

Arrivati al mare abbiamo capito subito perché l'hanno chiamato così, le sue acque apparivano ancora più scure di fronte alla spiaggia bianchissima composta da un'infinità di conchiglie frantumate; nel complesso non ci invitava molto ad un bagno, ma sentivamo che ci dovevamo immergere più per fini battesimali che per piacere; così dopo aver assolto alla funzione senza particolari cerimoniali siamo partiti per una visita turistica in una specie di centrale atomica che traspariva dalla foschia in lontananza. Laggiù ci siamo scattati alcune foto con paesaggi industriali per sfondo e V. ha tentato un timido tentativo di pesca, ma l'ambiente degradato suggeriva che forse era meglio andare al ristorante anche quella sera.

Abbiamo raggiunto un campeggio vicino alla centrale atomica, ci siamo fatti una doccia a sbafo e ci siamo messi i nostri vestiti migliori per il possibile incontro con Magdalena. Pochi minuti dopo questa ci annunciava che anche la sera aveva da fare.

Così abbiamo invertito la rotta per la strada ormai buia, per filare silenziosi verso Tulcea.

V. guidava e Franco Battiato cantava nell'autoradio, mentre pensavamo alle donne che non avevamo mai avuto.


Sulina 18. 8. 99

Dopo aver rotto uno specchietto della macchina ci siamo imbarcati sul "Sulina Rapid" alle 13,30, gli zaini pieni di provviste e la voglia di navigare finalmente sul Danubio. Avevamo passato una mattinata snervante in giro per Tulcea per cause tecniche, ed avremmo sacrificato volentieri i nostri fardelli ai flutti del fiume. Dopo una lunga fila sotto il sole siamo entrati nel vaporetto dotato di finestrini microscopici e ovviamente non dell'aria condizionata; attendevamo la partenza da parecchio e V. ha cominciato a dare segni di esaurimento prendendo a calci i bagagli di tutti i passeggeri con gli occhi iniettati di sangue. Inaspettatamente il battellino è partito a velocità supersonica sfrecciando tra le petroliere alla fonda, la brezza leggera che riusciva ad entrare ha calmato i bollori di V. che guardava le foreste sulle rive. Il paesaggio si è presto tappezzato di un fitto canneto continuo fino a Sulina, dove ci siamo ritrovati sul molo circondati dalla gente e dai relitti di navi coperti di ruggine. Mentre eravamo seduti su un muretto per decidere davanti alla mappa il luogo ideale per farci una canna si è avvicinata una meraviglia di genere femminile in bicicletta, e mi ha chiesto se volevamo una stanza in casa sua. Noi che volevamo campeggiare sul lago stupidamente abbiamo rifiutato. La meraviglia intanto si era presentata come Irina, dai suoi shorts mozzafiato uscivano due cosce sode e abbronzate, come le tette, che volevano a tutti i costi esplodere dalla canottiera. Mi spiegava la morfologia del territorio indicandomi luoghi sulla cartina, e noi non la seguivamo, trovando il suo davanzale più interessante. Ci ha salutato porgendoci la mano per un bacio come ancora si usa qui, noi da bravi cafoni occidentali l'abbiamo stretta forse anche con eccessivo vigore. Poi Irina si è voltata, e pedalando ci ha donato un'altra splendida visione. Quando ci siamo resi conto dell'occasione perduta già eravamo a camminare per la piana sconfinata che ci separava dal Mar Nero.

Solo i pali della luce davano un idea delle distanze, in lontananza sulla sinistra c'era una centrale elettrica, unico protagonista di quella scena desolata. Fu allora che la mia mano mesta staccò una canna esagerata. Abbiamo poi deciso di tornare al paese, e trovare una barca che ci portasse in un camping su uno dei tanti laghi sul delta; abbiamo provato con diversi pescatori che ci volevano derubare, finchè ci ha adescato un sedicenne di quel paese, Christy, che a suo dire risolveva problemi ed era in grado di organizzare qualsiasi cosa. Scroccandoci più sigarette che poteva ci ha condotto in un edificio cubiforme con torre sopra e prato intorno, abbiamo attraversato diversi ambienti e corridoi e ognuno di questi emanava un diverso fetore, noi ci incastravamo con gli zaini lungo i passaggi sempre più stretti, fino all'ultimo locale dove stazionava il "boss", come lo chiamava Christy. Era in mutanda e canotta immerso nella calura di un ufficio fatiscente, dietro un tavolo cosparso di oggetti casalinghi e rimasugli di cibo. In un angolo erano impilati fogli a quadretti con su scritti ordinatamente dei calcoli e vicino un enorme telefono sovietico in bachelite nera. Lo ha preso subito ed ha iniziato a comporre una serie di numeri, dopo vari tentativi ha riappoggiato la cornetta deluso dicendo che di barche a quell'ora tarda non ce ne erano, ma che potevamo prendere una camera in quella costruzione per poi partire la mattina dopo. Noi eravamo disgustati da quel posto e volevamo campeggiare, quindi abbiamo detto di no perdendo la seconda occasione di quel giorno. Siamo venuti a sapere dopo da Christy che quella era una specie di colonia estiva per adolescenti, infatti abbiamo cominciato a vedere delle ragazzine che ci studiavano incuriosite; secondo le nostre fantasie erotiche ispirate ai film con Alvaro Vitali quelle fanciulle stavano aspettando solo l'occasione per trasgredire, come tutti a quell'età.

Noi due coglioncelli invece volevamo partire, e così ci siamo fatti condurre da Christy da quella che doveva essere la sua ultima chance: il Capitano.

Lo abbiamo trovato nel suo ufficio spoglio completamente ubriaco, ma amicone e disponibile alla chiacchierata; la nostra piccola guida gli ha spiegato il problema ed egli barcollando nell'uniforme stropicciata si è finto interessato. V. ha tirato fuori la mappa per mostrargli esattamente il posto dove volevamo arrivare, lui l'ha presa con il fare deciso di chi ha preso mappe per tutta la vita, ed ha cominciato a leggerla al contrario. V. ha cercato di girargliela ma egli non ha permesso che mani straniere toccassero troppo quello che rappresentava il territorio del suo comando; però non riusciva a decifrare i caratteri delle scritte capovolte. Dopo alcuni tentativi ha rinunciato pensando che fosse una mappa in cirillico o in qualche lingua misteriosa. Quello che non lo convinceva era il fatto che non riconosceva neanche i luoghi, finché illuminandosi ha esclamato: "Ah, ecco ! E' perché il Nord è di là !!! " facendo mezzo giro su se stesso, ma la mappa era sempre sottosopra. Fece ancora un paio di giri completi prima che V. lo fermasse con decisione per girargli la cartina e farlo brillare per un'altra volta.

Dopodiché è partito per il lungo corridoio con l'andatura di chi sa bene cosa bisogna fare in ogni situazione, è entrato in un paio di uffici con noi tre dietro, ha alzato qualche pila di fogli, e con l'aria di quello che hafattotuttoilpossibilemanonc'eraproprionientedafare, ci ha consigliato di partire all'indomani. A questo punto Christy ci ha detto che se volevamo potevamo campeggiare nel prato di fronte alla colonia delle sedicenni, dunque siamo andati a piantare la tenda. Mentre eravamo impegnati con le stecche ed i picchetti alcuni ragazzini venivano a darci consigli di pesca e gruppetti delle ragazzine più mature ed intraprendenti ci gironzolavano intorno e ci spiavano dalle finestre. L'idea di passare una notte in quel figaio non era poi così male, ed anche il paesino meritava. Al tramonto siamo stati avvolti da un'atmosfera calda e ovattata che ha rallentato tutto. Seduti sul porticciolo fluviale guardavamo scorrere il Danubio prima che andasse a perdersi definitivamente in mare, lì Christy mi ha confessato della sua passione per il macabro, del perché si vestisse sempre di nero e delle strane droghe che sintetizzava in cucina. Per trascorrere il lungo inverno dipingeva quadri bevendosi uno strano intruglio di sua invenzione a base di vodka, acqua distillata e dentifricio. Quando abbiamo finito la cena ed è arrivato il conto lui si è impressionato del fatto che due ragazzi potessero pagare l'equivalente di sei dollari in due per una cena a base di pesce senza battere ciglio; lo stesso stupore lo ha manifestato vedendo il prezzo dello scatolame, per noi economicissimo, che avevamo comperato per il campeggio. La sua famiglia con il mezzo dollaro di un nostro barattolo avrebbe fatto un intero pasto. Sempre scroccandoci birre e quanto più poteva ci ha portato in una rustica discoteca di campagna dove mi ha chiesto alcuni spiccioli per comperare le sigarette che fuma di solito, ma ha continuato comunque ad attingere dal nostro pacchetto di "bionde", dicendo che rimangono sempre le migliori. Dopo qualche bevuta e una partita a biliardo siamo tornati al prato dov'era piantata la tenda e dove avevano organizzato una festicciola con le aranciate e un complessino; mentre ero lì a guardare sono stato avvicinato da due sedicenni che mi hanno raccontato di come sia bella la vita qui a Sulina, e che prima di ripartire dovevo assolutamente passare a casa di una di loro che abitava lì di fronte. Non ne capivo il perché, ero mezzo sbronzo e volevo andare a dormire, ma con l'aiuto di un loro amichetto mi hanno trascinato fuori, e poi dentro un negozio sotto la casa della tipa. Lì ci attendeva la madre in mezzo ai detersivi; aveva l'aria di essere un'attività appena avviata perché sugli scaffali lindi si riproponevano le confezioni dei soliti tre o quattro prodotti in tutte le combinazioni. La biondina mi ha presentato alla madre e poi sono seguiti alcuni minuti di imbarazzante silenzio che ho cercato di rompere con un generico quanto falso: " Carino qui !", loro mi guardavano impazienti che comperassi qualcosa, finché il mio: " Si è fatta una certa ora" gli ha demolito ogni speranza.


Sulina 19. 9. 99

Christy ci è venuto a svegliare alle 6,30 per andare a prendere il battello che ci avrebbe portato a destinazione, ancora però non aveva parlato con il barcaiolo; quando lo ha fatto questo ha preteso una cifra di quasi il doppio di quanto ci aveva promesso la nostra piccola guida. Ha cominciato così a girare tra i suoi amici pescatori finché è arrivata una ragazza rumena con il fidanzato, chiedendomi se volevamo andare con loro e dividere la spesa. Christy ha cercato di farci intendere che non era prudente andare con quel barcaiolo, ma vedendo che noi eravamo decisi a farlo se ne è andato deluso, dopo avermi chiesto i soldi per una birra.

Abbiamo cominciato così a navigare nella rete di canali immobili del delta del Danubio, le sponde erano folte di canneti, e quello che c'era dietro era un mistero (altre canne, credo), intanto V. pescava seguendo i consigli dei ruvidi pescatori del luogo. In tarda mattinata sbarcavamo sul molo malfermo e traditore del camping, un' oasi deliziosa persa in un mare di canne e zanzare. E' venuta ad accoglierci la proprietaria movendosi lentamente nella calura estiva, con un sorriso strano ci ha detto che se volevamo piantare la tenda dovevamo affittare una barca e spostarci un chilometro più giù, quando saremmo arrivati al "black cross" avremmo trovato uno spiazzo libero dalla vegetazione per pernottare. Presa la barca giulivi abbiamo levato le ancore (peraltro assenti) pensando che il "black cross" fosse un particolare tipo di incrocio tra i canali, ma dopo aver remato una mezz'ora ci siamo ritrovati sotto una grossa croce tozza e nera. Con la sua non discreta presenza ha avvolto con un manto di inquietudine il proseguire della navigazione. Poco più avanti ci è sfilata davanti una famiglia di pescatori inselvatichiti che stazionava davanti una baracca, ci guardavano incuriositi e noi facevamo lo stesso, il più piccolo di loro aveva un occhio di vetro. Ciononostante abbiamo preso posto quasi di fronte a loro, ci sentivamo un po' dei pirati d'acqua dolce mentre sbarcano alla Tortuga, e in breve abbiamo ricoperto dei nostri bagagli il fazzoletto di terreno abitabile. Ben presto siamo stati individuati dalle zanzare che infestano queste zone e che usano aggredire ferocemente tutto ciò che non si muove in continuazione; all' unisono io e V. ci siamo lanciati sul tubetto di repellente per insetti, e strappandocelo dalle mani urlando ce lo spalmavamo addosso insieme alle zanzare più avide che non abbandonavano la presa.

Poco dopo eravamo distesi all' ombra di un incannucciato completamente ricoperti di vestiti, asciugamani e liquido repellente. A ondate gli insetti cercavano di pungermi intorno agli occhi o nei fori lasciati liberi per la respirazione, io intanto mi studiavo con una libellula che si era venuta a posare su un filo d'erba di fronte al mio naso, lei girava i suoi occhi strani ed io strizzavo i miei per vederla meglio; siamo rimasti lì a guardarci per un po', immersi nel gracidare delle rane circostanti finché ho pensato: " Guarda, guarda, tanto pure tu verrai presto mangiata ! ". Intanto sentivo V. prendersi a schiaffi maledicendo in dialetto quegli esseri odiosi che gli volavano intorno, io mi chiedevo se era meglio essere torturati così lentamente oppure venire mangiati da un rospo in un colpo solo. Ero lì a pensarci quando ci siamo ritrovati a gettare i bagagli alla rinfusa nella barca e fuggire più velocemente possibile da quel posto dannato. Tutto questo sotto gli occhi divertiti della famiglia sgorbia che ha osservato ogni nostra mossa.

Siamo così tornati al campeggio dove la proprietaria ci aveva già preparato un bungalow con le zanzariere alle finestre, prevedendo il nostro rapido quanto sicuro ritorno. La giornata è proseguita pescando (nulla), facendo vita lacustre ed usando la barca come mezzo di locomozione sui canali che separavano le varie isolette; la sera, appena ci siamo fermati, un ennesimo attacco di insetti ci ha rinchiusi in camera dove guardavo le curiose impronte di scarpe sul soffitto e sui muri. Mi sono addormentato con i tonfi sordi della ciabatta di V. che echeggiavano dalla sua camera.

[Continua]

Data: 28/05/2005


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